ITALIANO
Quando impari una lingua, nasce dentro di te una persona nuova.
Non succede tutto insieme. All’inizio impari qualche parola, ripeti una frase, cerchi di riconoscere una voce. Poi arriva il momento in cui riesci a dire qualcosa che prima non avresti saputo esprimere: una domanda, un pensiero, una parte di te. E il mondo si allarga.
Per me, quel mondo cominciava anche dalla storia della mia famiglia.
C’erano mio nonno e suo fratello, emigrato negli Stati Uniti. C’erano parenti dall’altra parte dell’oceano che desideravo ritrovare. L’America era un luogo lontano, eppure aveva un legame profondo con me. Volevo andarci, conoscere, capire.
Prima di partire, avevo iniziato a impararne la lingua.
Prima dei grandi viaggi, c’è stata la professoressa Daniotti, la mia insegnante d’inglese alle medie. Mi ha accompagnato dalla prima alla terza classe, fino all’esame finale.
Avevo tredici anni. Al termine della prova di comprensione, mi diede una carezza e mi sorrise.
Uscii dalle medie con il massimo dei voti. Di quel giorno, però, il ricordo più vivo è quel gesto: la sua mano, il suo sorriso.
Quando ripenso al mio percorso con l’inglese, ritrovo anche lei. Prima delle conversazioni lontano da casa, prima delle parole che avrei usato per cercare i miei parenti, c’era stata un’insegnante che mi aveva guidato per tre anni. E che, alla fine, mi aveva salutato con una carezza.
Continuavo a studiare con i dischi e le cassette che uscivano ogni settimana. Ascoltavo, ripetevo, aspettavo l’uscita successiva. Una voce registrata mi portava parole che ancora non appartenevano alla mia vita quotidiana, ma che speravo un giorno di usare davvero.
Quando arrivò il mio primo viaggio negli Stati Uniti, parlavo già un ottimo inglese. Quelle ore trascorse ad ascoltare avevano costruito qualcosa: potevo partire con la possibilità concreta di parlare, fare domande, conoscere i miei parenti anche attraverso la loro lingua.
Quel viaggio fu possibile grazie alla caparbietà e all’amore di mia mamma. Dentro quella partenza c’era anche lei, con la sua volontà di realizzare qualcosa che per me contava moltissimo.
Negli Stati Uniti sarei tornato altre due volte. Tre viaggi in totale, e tanti ricordi che vorrei mettere in ordine.
Ci sono mio “zio” Angelo Jr e sua moglie Anita. C’è Marta, la dolcissima moglie di Angelo Senior, che non ho fatto in tempo a conoscere. Ci sono Sal ed Enzo, Shirley, i figli e le loro famiglie. Dietro ogni nome ci sono altre tessere da raccontare.
Quest’estate ho incontrato a Milano Lorraine e suo figlio Peter. Due persone rare. Dopo i miei viaggi verso l’America, una parte di quel legame familiare era arrivata qui, nella mia città.
La voglia di partire, però, era cominciata ancora prima.
A undici anni giravo alle feste con un salvadanaio. Raccoglievo le mance per un viaggio studio a Londra. Avevo un obiettivo preciso, e a modo mio cercavo di avvicinarmi: una moneta alla volta.
Quel viaggio non lo feci.
Il bambino con il salvadanaio rimase a casa, con il suo desiderio di vedere Londra. Ripensandoci oggi, mi colpisce la serietà con cui inseguivo quel sogno. A undici anni non potevo organizzare tutto, ma potevo cominciare a raccogliere le monete.
Londra la vidi molti anni dopo, con il mio primo e unico vero amore.
La città che avevo immaginato da bambino entrò finalmente nella mia vita attraverso un altro percorso. Portavo con me un’età diversa, una persona amata, nuove attese. Il desiderio era rimasto, ma nel frattempo ero cambiato.
Più recentemente sono tornato a Londra per lavoro. Un’altra ragione per partire, un altro modo di abitare per qualche giorno lo stesso luogo.
Penso che anche le lingue ci accompagnino così. Le impariamo per un motivo, poi la vita ce ne offre altri. Per ritrovare dei parenti. Per viaggiare con qualcuno. Per lavorare. Per seguire una curiosità che non sappiamo ancora dove ci porterà.
Ogni volta, quelle parole diventano parte viva di un’esperienza.
Quando dico che imparando una lingua nasce dentro di te una persona nuova, penso a questo. Alla possibilità di entrare in una conversazione che prima ti sarebbe rimasta preclusa. Di ascoltare qualcuno senza aspettare una traduzione. Di raccontare chi sei a una persona incontrata lontano da casa.
E penso anche alle radici. A volte una lingua ci spinge verso qualcosa di nuovo; altre volte ci aiuta a tornare verso una parte della nostra storia.
The Italian Mosaic nasce anche da qui.
Dalle cassette che aspettavo ogni settimana. Dalla professoressa Daniotti e dalla sua carezza dopo l’esame. Dal salvadanaio delle feste. Da mio nonno, da suo fratello, dai parenti che volevo ritrovare. Dall’amore di mia mamma. Da Londra, vista finalmente insieme alla persona che amavo. E dai legami che continuano, fino a un incontro a Milano tanti anni dopo.
Vorrei offrire a chi si avvicina all’italiano un po’ di quella possibilità: trovare parole che abbiano un posto nella propria vita. Una frase da usare durante un viaggio, una voce da riconoscere, un racconto che faccia venire voglia di sapere di più. Forse anche un modo per avvicinarsi alla storia della propria famiglia.
Questo è il mio mosaico. Ci sono tessere che ricordo bene e altre che devo ancora ritrovare.
La prima che vedo è un bambino di undici anni, a una festa, con un salvadanaio in mano.
Sta raccogliendo le monete per andare a Londra.
Il viaggio è già cominciato.
